Qualche tempo fa Una Notte Da Leoni mi aveva fatto letteralmente morire dalle risate, ed è ora nelle sale il sequel.

L’impianto narrativo è rimasto inalterato (anzi, è praticamente una copia thailandese del primo capitolo): un gruppo assortito di amici si ritrova per festeggiare un addio al celibato, e si risveglia la mattina (dopo una notte di follie) in mezzo ad un sacco di casini, senza ricordare assolutamente nulla e con un matrimonio alle porte; rimane quindi un solo giorno per ricostruire l’accaduto e mettere a posto le cose.

Il film sa tutto un po’ di già visto, ma risulta comunque davvero divertente, sia per l’ottima regia che per la sceneggiatura, che porta all’eccesso tutto quello di assurdo che si era visto nel predecessore: è il film perfetto per una serata con gli amici.

Ma quanto godooooooooooo!!

E la cosa più bella è che, dopo aver giocato delle eliminatorie da urlo, da vero perdente è calato improvvisamente nelle Finals, facendo la fine del paggetto di Wade (l’unico che ammiro di Miami), che fra l’altro “questi” Dallas li aveva battuti qualche anno fa. Complimenti a Wunderdirk e compagni, ahhhhh I LOVE THIS GAME!

Per quel che mi riguarda è un po’ un disco dell’anno scorso, ma l’estate è sempre l’estate: insomma, Endless Summer è la colonna sonora perfetta per stare sulla spiaggia un po’ appiccicaticci di sudore e crema solare, con un po’ di mal di testa da troppo sole, il tramonto ed un venticello leggero di sottofondo.

Endless Summer è uno dei capolavori di Christian Fennesz, esempio perfetto di come il rumore digitale possa essere funzionale alla composizione e fondersi alla perfezione con gli “strumenti tradizionali” per creare effetti sempre nuovi e sonorità ambient incredibilmente evocative.

Ho sempre amato il cinema noir per il suo ritmo solenne, per la voce profonda del narratore, per il fumo onnipresente in ogni scena, per i contrasti di chiaroscuro, insomma, per il suo l’essere noir. Viceversa, i fratelli Coen li ho sempre trovati un pochino antipatici, sarà che il tanto decantato Il grande Lebowski non è che mi abbia fatto troppo impazzire.

Invece dopo aver visto L’uomo che non c’era mi devo ricredere: pur mantenendo intatti i tratti che adoro del cinema noir classico, Joel ed Ethan Coen riescono a stravolgere il tutto, con una storia ai limiti dell nonsense e dialoghi infarciti di un umorismo finissimo, complice anche una prova magistrale di Billy Bob Thorton. Il tutto accompagnato da splendide sonate al pianoforte di Beethoven: ok, è il momento di farsi una cultura sui fratelli Coen.

L’ultimo album dei Radiohead King Of Limbs aveva lasciato che intendere che Thom Yorke avesse ascoltato parecchia dubstep ultimamente, ed in effetti il breve EP Ego/Mirror toglie ogni dubbio: la collaborazione è con due dei pilastri dell’attuale scena elettronica londinese, da una parte Burial (con il suo sound liquido ed avvolgente) e dall’altra Four Tet (sempre alla ricerca di nuove sonorità e fonti d’ispirazione), che avevano già sfornato assieme qualche anno fa il fantastico EP Moth/Wolf Club.

Il risultato è davvero di ottimo livello, e nella sua unitarietà sono comunque inconfondibili gli apporti alla causa di tutte e tre le parti in gioco: speriamo che questo piccolo assaggio sia l’inizio di una lunga e fervida collaborazione (e che Burial ci faccia prima o poi questo album di remix da Heligoland dei Massive Attack).

Dodici giurati di riuniscono per decidere della sorte di un ragazzino accusato di aver ucciso il padre: solo uno di loro, non essendo del tutto convinto della sua colpevolezza, persuaderà gli altri a rivedere i dettagli del caso.

E’ davvero stupefacente come La parola ai giurati, ambientato quasi interamente in una stanza e basato solamente su dialoghi, riesca ad essere così ricco di tensione e colpi di scena: il caso è davvero avvincente ed i personaggi, rappresentanti di un’intera società, sono caratterizzati così bene che alla fine sappiamo tutto di loro, fuorché il nome (tranne che di qualcuno). Ottima prova di Henry Fonda, versione “non ingenua” del James Stewart di Mr. Smith va a Washington, mai fastidiosamente moralistico (cosa troppo facile in questi casi). Davvero un film di grande classe.

Il sottotitolo “Ho visto di meglio” si riferisce al blog, e non alle cose di cui parlo: generalmente mi piace parlare di cose che mi hanno colpito in modo particolare in positivo, e non c’è modo migliore di iniziare che consigliandovi Elephant Eyelash dei Why?

Non sono particolarmente fan né dell’hip hop né dell’indie, ma questo disco riesce a fondere i due generi alla perfezione, eliminando gli aspetti che trovo fastidiosi, la cultura “gangsta” da un lato e l’essere rigidamente alternativo (cit.) dall’altro: è un connubio particolare ma che suona familiare, e riesce davvero a valorizzare entrambe le parti. Notevole, ascoltare per credere.